Hobbes
Hobbes è sostenitore convinto dell'assolutismo regio (la concezioneal re, spetta il potere assoluto.
Hobbes compie l'esperienza dell'individualismo e dell'aggressività li descrive nelle sue opere,e descrive, dichiara di essere fratello gemello della paura. Sua madre lo partorisce prematuramente a causa dello spavento provato alla notizia dell'arrivo in Inghilterra, nel 1588, dell'Invincibile Armata.
Il suo pensiero politico si basa su una visione negativa dell'essere umano, considerato egoista, avido e violento, in linea con il celebre detto del poeta latino Plauto "homo homini lupus" ("l'uomo è un lupo per l'altro uomo"). Questa concezione pessima porta Hobbes a ritrarre l'uomo come un individuo dominato dal proprio interesse personale, una tendenza che, senza regole o un'autorità superiore a cui fare riferimento, gli impedisce di riconoscere qualsiasi limite naturale alle proprie azioni, eccetto la forza e la sopraffazione degli altri. Secondo Hobbes, in una condizione di totale libertà individuale, tutti gli uomini sarebbero sostanzialmente uguali. La lettura dei diari degli esploratori e navigatori provenienti dall'America, che raccontavano di terre selvagge e primitive, doveva sembrare a Hobbes la conferma di una condizione originaria di conflitto nella vita sociale.Il filosofo mira a elaborare una dottrina politica sulla cui base organizzare una comunità civile ordinata e pacifica, questo giustificava il trasferimento al sovrano di ogni potere individuale, in modo tale da avere garantite in cambio la pace e la tranquillità. Hobbes tende quindi a dimostrare come l'assolutismo politico sia una necessità logica e razionale.
Hobbes compie l'esperienza dell'individualismo e dell'aggressività li descrive nelle sue opere,e descrive, dichiara di essere fratello gemello della paura. Sua madre lo partorisce prematuramente a causa dello spavento provato alla notizia dell'arrivo in Inghilterra, nel 1588, dell'Invincibile Armata.
Il suo pensiero politico si basa su una visione negativa dell'essere umano, considerato egoista, avido e violento, in linea con il celebre detto del poeta latino Plauto "homo homini lupus" ("l'uomo è un lupo per l'altro uomo"). Questa concezione pessima porta Hobbes a ritrarre l'uomo come un individuo dominato dal proprio interesse personale, una tendenza che, senza regole o un'autorità superiore a cui fare riferimento, gli impedisce di riconoscere qualsiasi limite naturale alle proprie azioni, eccetto la forza e la sopraffazione degli altri. Secondo Hobbes, in una condizione di totale libertà individuale, tutti gli uomini sarebbero sostanzialmente uguali. La lettura dei diari degli esploratori e navigatori provenienti dall'America, che raccontavano di terre selvagge e primitive, doveva sembrare a Hobbes la conferma di una condizione originaria di conflitto nella vita sociale.Il filosofo mira a elaborare una dottrina politica sulla cui base organizzare una comunità civile ordinata e pacifica, questo giustificava il trasferimento al sovrano di ogni potere individuale, in modo tale da avere garantite in cambio la pace e la tranquillità. Hobbes tende quindi a dimostrare come l'assolutismo politico sia una necessità logica e razionale.
L'uomo come essere naturale e corporeo
Tutta la teoria di Hobbes si fonda sulla convinzione che gli individui siano guidati dall'egoismo e si comportino in funzione del proprio interesse personale, in un contesto di conflitto continuo tra tutti gli esseri umani. Questa visione nasce dalla sua concezione materialistica dell'essere umano, che considera un essere completamente naturale e fisico.
Il materialismo è la posizione filosofica secondo cui tutto ciò che esiste è materia e l'anima o lo spirito non hanno realtà, poiché sarebbe illogico ammettere l'esistenza di qualcosa di immateriale, dato che solo i corpi possono compiere o subire azioni. Il materialismo di Hobbes è definito più precisamente "corporeismo", poiché sostiene che esistano e siano conoscibili esclusivamente i corpi.
Già all'inizio del Leviatano, Hobbes chiarisce che ogni conoscenza ha origine dai sensi. La percezione sensoriale, a sua volta, è spiegata come un movimento dei corpi. Questo movimento viene provocato dagli oggetti esterni che agiscono sugli organi di senso e, tramite i nervi, raggiungono il cervello. A quel punto, il sistema percettivo umano reagisce generando le immagini degli oggetti, cioè la rappresentazione delle loro qualità. Queste immagini, che restano nella memoria e si legano ad altre immagini sensoriali, seppur in forma attenuata, danno origine a ciò che chiamiamo immaginazione, la quale non ha nulla di immateriale, in quanto si limita a mettere in relazione le sensazioni.
L'attività dell'intelletto è assimilabile a quella di una macchina calcolatrice, che lavora sui segni linguistici, collegando i nomi assegnati convenzionalmente alle immagini delle cose, per formulare così un'affermazione e, raggruppando due o più affermazioni, arrivare a una conclusione o a una dimostrazione.
Il materialismo è la posizione filosofica secondo cui tutto ciò che esiste è materia e l'anima o lo spirito non hanno realtà, poiché sarebbe illogico ammettere l'esistenza di qualcosa di immateriale, dato che solo i corpi possono compiere o subire azioni. Il materialismo di Hobbes è definito più precisamente "corporeismo", poiché sostiene che esistano e siano conoscibili esclusivamente i corpi.
Già all'inizio del Leviatano, Hobbes chiarisce che ogni conoscenza ha origine dai sensi. La percezione sensoriale, a sua volta, è spiegata come un movimento dei corpi. Questo movimento viene provocato dagli oggetti esterni che agiscono sugli organi di senso e, tramite i nervi, raggiungono il cervello. A quel punto, il sistema percettivo umano reagisce generando le immagini degli oggetti, cioè la rappresentazione delle loro qualità. Queste immagini, che restano nella memoria e si legano ad altre immagini sensoriali, seppur in forma attenuata, danno origine a ciò che chiamiamo immaginazione, la quale non ha nulla di immateriale, in quanto si limita a mettere in relazione le sensazioni.
L'attività dell'intelletto è assimilabile a quella di una macchina calcolatrice, che lavora sui segni linguistici, collegando i nomi assegnati convenzionalmente alle immagini delle cose, per formulare così un'affermazione e, raggruppando due o più affermazioni, arrivare a una conclusione o a una dimostrazione.
Scienza e linguaggio
La scienza è vista come una costruzione artificiale, basata su logica e linguaggio. A differenza di Galileo, che riteneva che la natura possedesse "oggettivamente" una struttura matematica e che la scienza fosse una riproduzione concettuale di essa, Hobbes sostiene che la scienza non rispecchi la realtà, ma sia piuttosto un insieme di concetti convenzionali. L'uomo non può conoscere le cause profonde dei fenomeni, poiché il creatore del mondo fisico è Dio; la ragione umana può solo formulare concetti individuali delle cose, senza mai arrivare a una descrizione dell'universo che possieda una validità oggettiva. Al contrario, l'uomo può conoscere "scientificamente" la politica, in quanto essa è una costruzione umana.
La ragione può soltanto definire concetti, confrontarli, sommarli, sottrarli, in una parola, generalizzarli, e lo fa attraverso l'uso del linguaggio, che per Hobbes è la più straordinaria e utile invenzione dell'uomo. Senza il linguaggio, non esisterebbero né la società né lo Stato, ma solo barbarie e conflitto. È grazie al linguaggio che possiamo pensare e comunicare i nostri pensieri.
Il linguaggio svolge due funzioni fondamentali. Innanzitutto, serve a designare le cose, permettendo all'uomo di ricordarle e richiamarle alla memoria (funzione mnemonica). In secondo luogo, è utilizzato per far comprendere agli altri ciò che pensiamo e le connessioni che abbiamo stabilito tra le cose.
Il linguaggio svolge due funzioni fondamentali. Innanzitutto, serve a designare le cose, permettendo all'uomo di ricordarle e richiamarle alla memoria (funzione mnemonica). In secondo luogo, è utilizzato per far comprendere agli altri ciò che pensiamo e le connessioni che abbiamo stabilito tra le cose.
Le parole come segni
Esistono parole che si riferiscono a cose individuali e singolari, mentre altre designano molte cose, e queste ultime sono chiamate "universali". L'universale è semplicemente una generalizzazione che si ottiene attraverso i nomi; un nome universale viene attribuito a molti elementi in virtù di una qualità o caratteristica comune. Mentre un nome proprio richiama nella mente una sola cosa, gli universali evocano una molteplicità di cose.
Hobbes attribuisce grande importanza al linguaggio, poiché sono proprio le parole che permettono alla ragione umana, concepita come una macchina calcolatrice, di fare quella generalizzazione che è fondamentale per la costruzione della scienza e della conoscenza.
Hobbes attribuisce grande importanza al linguaggio, poiché sono proprio le parole che permettono alla ragione umana, concepita come una macchina calcolatrice, di fare quella generalizzazione che è fondamentale per la costruzione della scienza e della conoscenza.
Lo stato di natura
La teoria di Hobbes afferma che l'uomo è un essere materiale (corporeo), dotato di una ragione che funziona come una facoltà calcolatrice e che è guidata da desideri egoistici. In contrasto con la concezione aristotelica dell'uomo come "animale politico", Hobbes sostiene che gli individui non possiedono un istinto "naturale" di socialità o "amore" verso gli altri, essendo invece mossi da sentimenti come il bisogno e la paura. Queste passioni caratterizzano per Hobbes lo "stato di natura", una condizione originaria che precede la formazione della società, in cui regna la "guerra di tutti contro tutti". Ogni individuo cerca di ottenere ciò che è necessario per la propria sopravvivenza e autoconservazione.
In tale condizione non esistono limitazioni al diritto individuale, poiché ogni persona ha il diritto di possedere, usare e godere di tutto ciò che desidera e che è a portata di mano. Di conseguenza, è inevitabile che si verifichi una sopraffazione reciproca: ognuno è nemico dell'altro, preoccupato solo di prevenire le mosse dell'altro e di colpirlo per primo. Nello stato di natura non c'è spazio per il lavoro, la scienza o le arti. La vita dell'uomo in questo stadio è solitaria, misera, brutale e breve.
L'esperienza dell'ostilità e del conflitto
È indiscutibile che, in ogni epoca, i sovrani e i governanti dei vari paesi abbiano agito in maniera simile ai gladiatori romani, con le armi pronte e gli occhi puntati l'uno sull'altro, ovvero con fortezze, cannoni alle frontiere e un incessante servizio di spionaggio negli Stati vicini. La vita degli esseri umani è costellata da misure preventive, destinate a difendersi da attacchi imminenti o a colpire gli altri quando se ne presenta l'opportunità. Questo comportamento è un chiaro riflesso di quella predisposizione alla guerra che segna la natura umana.
Ostilità, conflitto, violenza e sopraffazione reciproca sono elementi distintivi dello stato di natura. Sebbene questa condizione non rappresenti una realtà concreta e pienamente realizzata nella storia (poiché ciò avrebbe portato all'estinzione della specie umana), si tratta di un'ipotesi teorica razionale su ciò che potrebbe accadere nella società umana se non esistesse un'autorità superiore a regolamentare le relazioni tra gli individui. Lo stato di natura emerge come un'ipotesi "verificata" in determinate circostanze (come nelle società primitive o durante le guerre civili), dove diventano evidenti i rischi cui l'umanità è costantemente esposta, nonché la necessità di creare ordinamenti giuridici in grado di limitare tali pericoli.
L'uscita dallo stato di natura e l'origine della società civile
Poiché lo stato di natura è contraddistinto da un'ostilità che minaccia la stessa sopravvivenza della natura umana, chi desidera rimanere in tale condizione si contraddice, perché vuole al tempo stesso preservare la propria vita e accettare la propria morte.
Poiché lo stato di natura è contraddistinto da un'ostilità che minaccia la stessa sopravvivenza della natura umana, chi desidera rimanere in tale condizione si contraddice, perché vuole al tempo stesso preservare la propria vita e accettare la propria morte.
Secondo Hobbes, per sopravvivere gli uomini devono porre fine alla lotta indiscriminata di tutti contro tutti e limitare il proprio diritto soggettivo e l'infinita libertà di ciascuno; questa è una necessità fondamentale, dettata dalla ragione naturale. Di conseguenza, sorge la necessità di dare vita alla società civile, che rappresenta il risultato di un compromesso tra individui: per ottenere la pace, ogni individuo deve rinunciare al diritto naturale e incondizionato che governa la soddisfazione dei propri desideri.
Per Hobbes, il "diritto naturale", o ius naturale, è la libertà che ogni essere umano possiede, nello stato di natura, di fare tutto ciò che è necessario per difendersi e soddisfare i propri bisogni.
Il patto di unione e il patto di sottomissione
Il pactum unionis, ovvero un "patto di unione", è l'accordo attraverso il quale gli individui scelgono di unirsi in un corpo sociale unitario, abbandonando così lo "stato di natura" per entrare in società. Tuttavia, questa decisione da sola non è sufficiente, poiché la semplice convergenza di molte volontà verso un obiettivo comune non garantisce una situazione sicura e stabile. È necessario fare qualcosa di più affinché, una volta raggiunto un accordo per la pace e la cooperazione reciproca sotto l'impulso del bene comune, gli individui siano costretti a mantenere l'impegno preso e non a recedere dal patto.
Il pactum subiectionis, ovvero il "patto di sottomissione", è l'accordo grazie al quale gli uomini trasferiscono tutto il loro diritto e la loro forza a un singolo individuo o a un'assemblea, in grado di ridurre i vari desideri e voleri a una sola volontà, garantendo così l'ordine e la stabilità sociale.
Il patto di unione e il patto di sottomissione
Il pactum unionis, ovvero un "patto di unione", è l'accordo attraverso il quale gli individui scelgono di unirsi in un corpo sociale unitario, abbandonando così lo "stato di natura" per entrare in società. Tuttavia, questa decisione da sola non è sufficiente, poiché la semplice convergenza di molte volontà verso un obiettivo comune non garantisce una situazione sicura e stabile. È necessario fare qualcosa di più affinché, una volta raggiunto un accordo per la pace e la cooperazione reciproca sotto l'impulso del bene comune, gli individui siano costretti a mantenere l'impegno preso e non a recedere dal patto.
Il pactum subiectionis, ovvero il "patto di sottomissione", è l'accordo grazie al quale gli uomini trasferiscono tutto il loro diritto e la loro forza a un singolo individuo o a un'assemblea, in grado di ridurre i vari desideri e voleri a una sola volontà, garantendo così l'ordine e la stabilità sociale.
Il leviatano
Il potere conferito all'autorità (sia essa un re o un'assemblea), incaricata di emanare e far rispettare le leggi, deve, secondo Hobbes, essere assoluto. A questo Stato assoluto, il filosofo dà il nome di Leviatano, un mostro marino menzionato nel libro di Giobbe dell'Antico Testamento, simbolo della potenza dei faraoni d'Egitto: una creatura spaventosa e imponente, la più terribile esistente sulla Terra. Il potere sovrano è straordinariamente grande, unificando in sé tutti i poteri degli individui che diventano sudditi. Nel Leviatano, Hobbes descrive il sovrano come un essere sovrumano, rappresentato con le teste di molte persone, quasi a simboleggiare la concentrazione di tutti i poteri nelle mani di un'unica persona.
Il potere conferito all'autorità (sia essa un re o un'assemblea), incaricata di emanare e far rispettare le leggi, deve, secondo Hobbes, essere assoluto. A questo Stato assoluto, il filosofo dà il nome di Leviatano, un mostro marino menzionato nel libro di Giobbe dell'Antico Testamento, simbolo della potenza dei faraoni d'Egitto: una creatura spaventosa e imponente, la più terribile esistente sulla Terra. Il potere sovrano è straordinariamente grande, unificando in sé tutti i poteri degli individui che diventano sudditi. Nel Leviatano, Hobbes descrive il sovrano come un essere sovrumano, rappresentato con le teste di molte persone, quasi a simboleggiare la concentrazione di tutti i poteri nelle mani di un'unica persona.
Colui che esercita questa autorità è definito "sovrano", in quanto è superiore a tutti, mentre gli altri cittadini sono chiamati "sudditi" (ovvero, "sottoposti" o "sottomessi").
Hobbes sostiene che si può raggiungere una posizione di sovranità in due modi: il primo prevede l'uso della forza; il secondo implica un accordo tra le persone, che si sottomettono volontariamente a un'autorità per garantire la propria sopravvivenza e autoconservazione. La seconda modalità dà origine a uno Stato politico o istituzionale, mentre la prima porta alla creazione di uno Stato basato sull'autorità, patriarcale o dispotico.
Hobbes sostiene che si può raggiungere una posizione di sovranità in due modi: il primo prevede l'uso della forza; il secondo implica un accordo tra le persone, che si sottomettono volontariamente a un'autorità per garantire la propria sopravvivenza e autoconservazione. La seconda modalità dà origine a uno Stato politico o istituzionale, mentre la prima porta alla creazione di uno Stato basato sull'autorità, patriarcale o dispotico.
La monarchia come migliore forma di governo
La preferenza di Hobbes per la monarchia è motivata da ragioni pratiche. In primo luogo, non c'è motivo di credere che il re agisca per il proprio interesse personale a scapito del bene pubblico, poiché nessun sovrano trarrebbe beneficio dalla povertà o dall'insicurezza dei sudditi. In secondo luogo, il re ha la possibilità di prendere decisioni in totale segretezza, mentre in regimi con gruppi più numerosi (come l'aristocrazia o la democrazia), le "fughe di notizie" sono inevitabili. Questo fa sì che informazioni importanti possano circolare tra la popolazione e generare dissensi dannosi per il bene comune. Tuttavia, la ragione decisiva per cui Hobbes preferisce la monarchia è che, in altri regimi, il potere di emanare le leggi non è attribuito a un'unica autorità, e ciò provoca un continuo scatenarsi di conflitti che possono degenerare in guerra civile. In una monarchia, invece, il monarca è unico e non può andare contro se stesso per motivi di invidia o interesse personale.
La preferenza di Hobbes per la monarchia è motivata da ragioni pratiche. In primo luogo, non c'è motivo di credere che il re agisca per il proprio interesse personale a scapito del bene pubblico, poiché nessun sovrano trarrebbe beneficio dalla povertà o dall'insicurezza dei sudditi. In secondo luogo, il re ha la possibilità di prendere decisioni in totale segretezza, mentre in regimi con gruppi più numerosi (come l'aristocrazia o la democrazia), le "fughe di notizie" sono inevitabili. Questo fa sì che informazioni importanti possano circolare tra la popolazione e generare dissensi dannosi per il bene comune. Tuttavia, la ragione decisiva per cui Hobbes preferisce la monarchia è che, in altri regimi, il potere di emanare le leggi non è attribuito a un'unica autorità, e ciò provoca un continuo scatenarsi di conflitti che possono degenerare in guerra civile. In una monarchia, invece, il monarca è unico e non può andare contro se stesso per motivi di invidia o interesse personale.
Anche nella monarchia, però, possono sorgere inconvenienti, come favoritismi o la possibilità che la sovranità venga affidata a un giovane o a una persona incapace di discernere il bene dal male. In questi casi, il rimedio consiste nell'affidare temporaneamente il potere sovrano a un tutore, che svolgerà le funzioni del sovrano legittimo fino a quando il monarca non sarà in grado di governare autonomamente.
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